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DEREK JARMAN
Derek
Jarman (1942-1994) ha sconvolto il panorama del cinema britannico
e l'intera Inghilterra degli ultimi decenni con il suo effervescente
e innovativo spirito visionario; scandalizzando, non solo per il
gusto così squisitamente sovversivo dei suoi film, per la
potenza evocativa della sua poesia, per i suoi graffianti messaggi,
che con inimitabile purezza rivendicavano con forza l'orgoglio e
il diritto di essere omosessuale, ma anche per il coraggio con cui
ha parlato pubblicamente della sua sieropositività: una scelta
difficile ma necessaria per far aprire gli occhi a una generazione
che stava crescendo all'ombra dell'Aids armata solo di pregiudizi
e inconsapevolezza.
Attraverso i colori delle sue provocazioni ha organizzato la sua
rivoluzione.
Non si è mai fermato, contraddistinto da una vitalità
sorprendente e disperata (parafrasando le parole di Pasolini, che
Jarman definisce l'ennesima "vittima sacrificale dell'eterosocietà"),
anche quando la morte, sempre più inesorabilmente, iniziava
a impregnare le tele sulle quali dipingeva.
Il virus, come un ospite inatteso, è arrivato a trasformare
la sua vita, le sue immagini, i suoi colori, privandolo gradatamente
della vista per rendengli un mondo di bagliori indistinti.
Il suo ultimo film, uno schermo blu monocromo, immobile, senza immagini,
solcato solo da ricordi, voci, rumori, diventa così la più
drammatica, crudele ed efficace metafora di una vita ridotta a un
gelido universo blu velato da ombre.
Un lungo, doloroso itinerario di preparazione a quella morte, ingiusta
e impietosa, che non ha risparmiato di travolgere anche gli amici
più cari, lasciandolo sempre più solo, "eremita
nel deserto della sua malattia", nel suo volontario esilio
nel Kent.
Accanto al suo desolato cottage a Dungeness, come in un arcano rituale
per esorcizzare la morte, ha coraggiosamente costruito il suo giardino,
un piccolo pezzo di paradiso privato, composto di fiori d'ogni tipo,
insolite sculture e magici cerchi di pietre.
A un passo da una centrale nucleare, su un'arida landa battuta dal
vento, dove alla prima occhiata solo le erbe più resistenti
avrebbero potuto attecchire, quel giardino è cresciuto, giorno
dopo giorno, di pari passo con la malattia di Jarman.
Una lotta comune contro la morte li avrebbe uniti per sempre.
Dal 22 dicembre 1986, il giorno in cui gli veniva rivelata la sua
sieropositività, il resto della sua vita è stato indelebilmente
condizionato dallAids.
Il virus è divenuto così il co-autore di tutte le
sue paure e, come l'occhio invisibile di una telecamera, ha seguito
ogni suo respiro.
Jarman si è trovato ancora una volta in quella scomoda condizione
"borderline" nella quale l'aveva relegato la "sana
e irreprensibile" società inglese, che già dalla
nascita lo aveva marchiato dell'imperdonabile "colpa"
e della "vergogna" di essere omosessuale e, che ancora
una volta, ora, lo ghettizzava come demone del sesso deviato, vittima
di una malattia impronunciabile e scandalosa, limitando in modo
ingiusto i suoi diritti di uomo.
Eccentrico, eccessivo, visionario, sincero, Jarman ha creduto fino
all'ultimo che i suoi film potessero cambiare la gente, e forse,
più d'ogni altra cosa, ha cercato di vincere questa sfida,
una vittoria che poteva minare il grigio conformismo di cui il mondo
era vittima e creare quindi i presupposti per un futuro che, almeno,
permettesse a ciascuno di rivendicare la libertà di vivere
serenamente la propria sessualità, senza essere costretto
a combattere per essere accettato.
Con ogni suo nuovo film il cineasta britannico veniva a collocarsi
in una posizione sempre più pericolosa per l'autoritarismo
thatcheriano; rinnovava il suo rifiuto verso le regole proposte
da una soffocante "eterosocietà" che preferiva
non sentire nominare la parola omosessualità, e dove l'ignoranza
e l'indifferenza uccidevano più dell'Aids.
Jarman ha dato voce al silenzio.
Schieratosi accanto al Movimento Omosessuale, è diventato
il portabandiera di un'intera comunità in lotta. Le sue parole
hanno assunto l'aspetto di un sempre più acceso e vibrante
messaggio politico contro il falso egualitarismo.
Di animo ribelle e rivoluzionario, dopo una giovinezza dedicata
all'arte e alla pittura, Jarman è entrato nel mondo del cinema
come scenografo per "I Diavoli" e "Messia selvaggio"
di Ken Russel.
Ma le doti di sofisticato filmaker si rivelano solo successivamente,
quando, presa in mano una piccola telecamera Super 8, può
fare esplodere il suo gusto estetico per le immagini.
Dopo una serie di cortometraggi dal taglio sperimentale si è
cimentato nella sua prima grande opera registica, il lungometraggio
"Sebastiane" (1975), interamente recitato in latino. Il
film, forse un po' grezzo, ma di grande impatto per l'epoca, fu
una vera provocazione, soprattutto per la sua gioiosa componente
omoerotica.
I lavori seguenti confermano la caratteristica dissacrante dell'estetica
jarmaniana.
Con "Jubilee"(1978), Jarman ci regala il profilo di una
Gran Bretagna post-punk dove regna solo la violenza e l'anarchia,
una satira feroce e un irriverente "omaggio" alla Corona
inglese.
Seguono poi "The Tempest", (1979), versione riveduta dell'opera
shakespeariana, "Imagining October (1984), parodia delle manipolazioni
dei sistemi narrativi di finzione portata alle estreme conseguenze,
e "The Angelic Conversation" (1985), dove la lettura fuori
campo di 14 sonetti di Shakespeare incornicia in tono dolce e allusivo
malinconici sogni di desiderio, rafforzati da un'ossessiva lentezza
delle immagini, quasi a imprigionare lo scorrere del tempo .
Ma è con "Caravaggio" (1986), una elaborata rappresentazione
in chiave omosessuale della figura del celebre pittore del rinascimento
italiano, che il significativo talento artistico di Jarman comincia
a essere notato a livello internazionale.
Un anno dopo, con "The Last Of England" (1987), rinnova
il suo discorso di tagliente denuncia alla crudeltà e all'ingiustizia
dell'Inghilterra tatcheriana, dipingendo in veste onirica e visionaria,
quasi un avvertimento profetico, la fine di in una Nazione senza
più prospettive.
Successivamente si ispira all'opera di Benjamin Britten per la realizzazione
di "War Requiem" (1988), sofferto grido di dolore contro
le guerre, intriso di richiami e allusioni religiose. Le stesse
revisionate simbologie sacre che ritornano poi nel contemplativo
e spiritualmente visionario "The Garden" (1990), un omaggio
al suo prezioso giardino nel Kent, scatenando, ancora una volta,
lo sdegno del pubblico conservatore.
La sua inarrestabile, seppur sostenuta da scarsi finanziamenti,
produzione cinematografica prosegue con "Edoardo II" (1991).
Manifesto di ribellione verso le convenzioni e di ennesima rivendicazione
dell'orgoglio omossesuale, il film narra, in una visuale quasi post-moderna,
la passione irrefrenabile e proibita del sovrano inglese, un amore
che decreterà inevitabilmente e in modo tragico la sua fine.
Nel suo ultimo anno di vita, con "Wittgenstein" (1993),
Jarman mette in scena a modo suo la vita del grande
filosofo, come unesplosione di colori su una tavolozza nera,
firmando un vero capolavoro di rara semplicità, raffinata
sensibilità e profonda riflessione.
Infine, guidato dall'ammirazione per la pittura e per le idee di
Yves Klein, realizza "Blue" (1993), il suo eloquente,
ironico e sofferto testamento spirituale: uno schermo blu monocromo,
solcato e graffiato da voci, ricordi, rumori, poesia.
"Glitterbug" uscito postumo, rappresenta l'ultima raccolta
di immagini jarmaniane, un collage di materiale inedito girato dal
regista nel corso della sua crescita umana e cinematografica. Il
progetto, scaturito dalla fantasia del grande artista inglese e
che rischiava di rimanere incompiuto, è stato portato a termine
dai suoi collaboratori più stretti, gli onnipresenti, fedeli
amici che lo hanno seguito e sostenuto da sempre in ogni fase del
suo lavoro e si avvale dellevocativo contributo sonoro originale
di Brian Eno.
Ultimi tasselli che fanno da cornice e tentano di completare il
complesso ed eclettico mosaico di messaggi lasciatoci da Jarman
sono due videointerviste: "L'amore vincitore", premiato
al Festival di Torino Giovani 1993, breve e sentito omaggio di Roberto
Nanni, nel quale trapela, con un senso di commozione, l'inesauribile
voglia di vivere e lottare di Jarman, già visibilmente segnato
dalla malattia, e l'austero e più freddo "There we are,
John", documento sconvolgente e crudelmente reale sugli ultimi
mesi di vita del regista.
Il genio poetico di Jarman si riversa parallamente anche nei suoi
diari. "Dancing Ledge", "Modern Nature", "At
your own risk", "Chroma" e il postumo Smiling
in slow motion, sono preziosi distillati delle sue esperienze,
lucidi e puntuali resoconti degli anni vissuti, pagine in cui rivivono
le nostalgie, gli amori, la dedizione al suo giardino e la contemplazione
della natura, i colori e il fascino della propria terra, alternati
alla amara cronaca dell'incurabile progredire della sua malattia.
E sempre senza mai tradire quella complessa alchimia di ironia e
dramma che ha contraddistinto e reso indimenticabile il suo nome.
(Scheda di Cristina Pajalunga e Michele Masiero) e l'intera Inghilterra degli ultimi decenni con il suo effervescente
e innovativo spirito visionario; scandalizzando, non solo per il
gusto così squisitamente sovversivo dei suoi film, per la
potenza evocativa della sua poesia, per i suoi graffianti messaggi,
che con inimitabile purezza rivendicavano con forza l'orgoglio e
il diritto di essere omosessuale, ma anche per il coraggio con cui
ha parlato pubblicamente della sua sieropositività: una scelta
difficile ma necessaria per far aprire gli occhi a una generazione
che stava crescendo all'ombra dell'Aids armata solo di pregiudizi
e inconsapevolezza.
Attraverso i colori delle sue provocazioni ha organizzato la sua
rivoluzione.
Non si è mai fermato, contraddistinto da una vitalità
sorprendente e disperata (parafrasando le parole di Pasolini, che
Jarman definisce l'ennesima "vittima sacrificale dell'eterosocietà"),
anche quando la morte, sempre più inesorabilmente, iniziava
a impregnare le tele sulle quali dipingeva.
Il virus, come un ospite inatteso, è arrivato a trasformare
la sua vita, le sue immagini, i suoi colori, privandolo gradatamente
della vista per rendengli un mondo di bagliori indistinti.
Il suo ultimo film, uno schermo blu monocromo, immobile, senza immagini,
solcato solo da ricordi, voci, rumori, diventa così la più
drammatica, crudele ed efficace metafora di una vita ridotta a un
gelido universo blu velato da ombre.
Un lungo, doloroso itinerario di preparazione a quella morte, ingiusta
e impietosa, che non ha risparmiato di travolgere anche gli amici
più cari, lasciandolo sempre più solo, "eremita
nel deserto della sua malattia", nel suo volontario esilio
nel Kent.
Accanto al suo desolato cottage a Dungeness, come in un arcano rituale
per esorcizzare la morte, ha coraggiosamente costruito il suo giardino,
un piccolo pezzo di paradiso privato, composto di fiori d'ogni tipo,
insolite sculture e magici cerchi di pietre.
A un passo da una centrale nucleare, su un'arida landa battuta dal
vento, dove alla prima occhiata solo le erbe più resistenti
avrebbero potuto attecchire, quel giardino è cresciuto, giorno
dopo giorno, di pari passo con la malattia di Jarman.
Una lotta comune contro la morte li avrebbe uniti per sempre.
Dal 22 dicembre 1986, il giorno in cui gli veniva rivelata la sua
sieropositività, il resto della sua vita è stato indelebilmente
condizionato dallAids.
Il virus è divenuto così il co-autore di tutte le
sue paure e, come l'occhio invisibile di una telecamera, ha seguito
ogni suo respiro.
Jarman si è trovato ancora una volta in quella scomoda condizione
"borderline" nella quale l'aveva relegato la "sana
e irreprensibile" società inglese, che già dalla
nascita lo aveva marchiato dell'imperdonabile "colpa"
e della "vergogna" di essere omosessuale e, che ancora
una volta, ora, lo ghettizzava come demone del sesso deviato, vittima
di una malattia impronunciabile e scandalosa, limitando in modo
ingiusto i suoi diritti di uomo.
Eccentrico, eccessivo, visionario, sincero, Jarman ha creduto fino
all'ultimo che i suoi film potessero cambiare la gente, e forse,
più d'ogni altra cosa, ha cercato di vincere questa sfida,
una vittoria che poteva minare il grigio conformismo di cui il mondo
era vittima e creare quindi i presupposti per un futuro che, almeno,
permettesse a ciascuno di rivendicare la libertà di vivere
serenamente la propria sessualità, senza essere costretto
a combattere per essere accettato.
Con ogni suo nuovo film il cineasta britannico veniva a collocarsi
in una posizione sempre più pericolosa per l'autoritarismo
thatcheriano; rinnovava il suo rifiuto verso le regole proposte
da una soffocante "eterosocietà" che preferiva
non sentire nominare la parola omosessualità, e dove l'ignoranza
e l'indifferenza uccidevano più dell'Aids.
Jarman ha dato voce al silenzio.
Schieratosi accanto al Movimento Omosessuale, è diventato
il portabandiera di un'intera comunità in lotta. Le sue parole
hanno assunto l'aspetto di un sempre più acceso e vibrante
messaggio politico contro il falso egualitarismo.
Di animo ribelle e rivoluzionario, dopo una giovinezza dedicata
all'arte e alla pittura, Jarman è entrato nel mondo del cinema
come scenografo per "I Diavoli" e "Messia selvaggio"
di Ken Russel.
Ma le doti di sofisticato filmaker si rivelano solo successivamente,
quando, presa in mano una piccola telecamera Super 8, può
fare esplodere il suo gusto estetico per le immagini.
Dopo una serie di cortometraggi dal taglio sperimentale si è
cimentato nella sua prima grande opera registica, il lungometraggio
"Sebastiane" (1975), interamente recitato in latino. Il
film, forse un po' grezzo, ma di grande impatto per l'epoca, fu
una vera provocazione, soprattutto per la sua gioiosa componente
omoerotica.
I lavori seguenti confermano la caratteristica dissacrante dell'estetica
jarmaniana.
Con "Jubilee"(1978), Jarman ci regala il profilo di una
Gran Bretagna post-punk dove regna solo la violenza e l'anarchia,
una satira feroce e un irriverente "omaggio" alla Corona
inglese.
Seguono poi "The Tempest", (1979), versione riveduta dell'opera
shakespeariana, "Imagining October (1984), parodia delle manipolazioni
dei sistemi narrativi di finzione portata alle estreme conseguenze,
e "The Angelic Conversation" (1985), dove la lettura fuori
campo di 14 sonetti di Shakespeare incornicia in tono dolce e allusivo
malinconici sogni di desiderio, rafforzati da un'ossessiva lentezza
delle immagini, quasi a imprigionare lo scorrere del tempo .
Ma è con "Caravaggio" (1986), una elaborata rappresentazione
in chiave omosessuale della figura del celebre pittore del rinascimento
italiano, che il significativo talento artistico di Jarman comincia
a essere notato a livello internazionale.
Un anno dopo, con "The Last Of England" (1987), rinnova
il suo discorso di tagliente denuncia alla crudeltà e all'ingiustizia
dell'Inghilterra tatcheriana, dipingendo in veste onirica e visionaria,
quasi un avvertimento profetico, la fine di in una Nazione senza
più prospettive.
Successivamente si ispira all'opera di Benjamin Britten per la realizzazione
di "War Requiem" (1988), sofferto grido di dolore contro
le guerre, intriso di richiami e allusioni religiose. Le stesse
revisionate simbologie sacre che ritornano poi nel contemplativo
e spiritualmente visionario "The Garden" (1990), un omaggio
al suo prezioso giardino nel Kent, scatenando, ancora una volta,
lo sdegno del pubblico conservatore.
La sua inarrestabile, seppur sostenuta da scarsi finanziamenti,
produzione cinematografica prosegue con "Edoardo II" (1991).
Manifesto di ribellione verso le convenzioni e di ennesima rivendicazione
dell'orgoglio omossesuale, il film narra, in una visuale quasi post-moderna,
la passione irrefrenabile e proibita del sovrano inglese, un amore
che decreterà inevitabilmente e in modo tragico la sua fine.
Nel suo ultimo anno di vita, con "Wittgenstein" (1993),
Jarman mette in scena a modo suo la vita del grande
filosofo, come unesplosione di colori su una tavolozza nera,
firmando un vero capolavoro di rara semplicità, raffinata
sensibilità e profonda riflessione.
Infine, guidato dall'ammirazione per la pittura e per le idee di
Yves Klein, realizza "Blue" (1993), il suo eloquente,
ironico e sofferto testamento spirituale: uno schermo blu monocromo,
solcato e graffiato da voci, ricordi, rumori, poesia.
"Glitterbug" uscito postumo, rappresenta l'ultima raccolta
di immagini jarmaniane, un collage di materiale inedito girato dal
regista nel corso della sua crescita umana e cinematografica. Il
progetto, scaturito dalla fantasia del grande artista inglese e
che rischiava di rimanere incompiuto, è stato portato a termine
dai suoi collaboratori più stretti, gli onnipresenti, fedeli
amici che lo hanno seguito e sostenuto da sempre in ogni fase del
suo lavoro e si avvale dellevocativo contributo sonoro originale
di Brian Eno.
Ultimi tasselli che fanno da cornice e tentano di completare il
complesso ed eclettico mosaico di messaggi lasciatoci da Jarman
sono due videointerviste: "L'amore vincitore", premiato
al Festival di Torino Giovani 1993, breve e sentito omaggio di Roberto
Nanni, nel quale trapela, con un senso di commozione, l'inesauribile
voglia di vivere e lottare di Jarman, già visibilmente segnato
dalla malattia, e l'austero e più freddo "There we are,
John", documento sconvolgente e crudelmente reale sugli ultimi
mesi di vita del regista.
Il genio poetico di Jarman si riversa parallamente anche nei suoi
diari. "Dancing Ledge", "Modern Nature", "At
your own risk", "Chroma" e il postumo Smiling
in slow motion, sono preziosi distillati delle sue esperienze,
lucidi e puntuali resoconti degli anni vissuti, pagine in cui rivivono
le nostalgie, gli amori, la dedizione al suo giardino e la contemplazione
della natura, i colori e il fascino della propria terra, alternati
alla amara cronaca dell'incurabile progredire della sua malattia.
E sempre senza mai tradire quella complessa alchimia di ironia e
dramma che ha contraddistinto e reso indimenticabile il suo nome.
(Scheda di Cristina Pajalunga e Michele Masiero) |
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